I ghiacciai valdostani raccontati dalla Sala 15 del Museo di Saint-Pierre

ghiaccio vivo, cambiamento climatico e Val Vény in ottobre
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La Valle d’Aosta ospita 184 ghiacciai per 120 km², un terzo della superficie glacializzata italiana. Negli ultimi vent’anni ne sono scomparsi 32. Ottobre è il momento in cui il ritiro è più leggibile: ecco cosa racconta la Sala 15 del Museo e dove andare per vederlo dal vivo

Ottobre è il momento in cui i ghiacciai valdostani mostrano la loro estensione reale. La stagione calda ha consumato neve e ghiaccio per mesi, le prime nevicate non sono ancora arrivate e i margini delle lingue glaciali sono esposti senza copertura. Guardare un ghiacciaio in ottobre significa guardarlo nella sua configurazione più onesta: senza il bianco invernale che ne nasconde i bordi, senza la neve fresca che ne ammorbidisce le forme.

È anche il momento migliore per capire quanto stia cambiando. E quanto velocemente.

La Sala 15 del Museo regionale di Scienze naturali Efisio Noussan di Saint-Pierre apre con una descrizione che suona quasi paradossale: “Il ghiacciaio è materia viva che scivola a valle come un torrente gelato.” Non è una metafora impropria. È fisica.

Un ghiacciaio non è una massa statica di ghiaccio. È un sistema in movimento continuo, alimentato in quota dall’accumulo di neve che si trasforma progressivamente in ghiaccio per effetto del proprio peso, e svuotato a valle dall’ablazione: la fusione del ghiaccio per effetto del calore estivo. La differenza tra accumulo e ablazione determina il bilancio di massa del ghiacciaio: quando l’accumulo supera l’ablazione, il ghiacciaio avanza. Quando l’ablazione supera l’accumulo, si ritira.

Da almeno due secoli i ghiacciai valdostani sono stati la principale attrattiva turistica della Valle d’Aosta, oltre che laboratorio di scoperte scientifiche, palestra d’alpinismo, agenti modellatori del paesaggio e riserva idrica insostituibile. Il turismo romantico dell’Ottocento aveva fatto dei ghiacciai del Monte Bianco una delle mete più ambite d’Europa. Turner e Ruskin li hanno dipinti e descritti. Saussure li ha scalati e studiati. Quella tradizione di interesse scientifico e culturale è ancora viva ma il contesto è radicalmente cambiato.

La Valle d’Aosta ospita oggi 184 ghiacciai per una superficie complessiva di 120 km²: un terzo dell’intera superficie glacializzata italiana, concentrata in una regione che copre meno dell’1% del territorio nazionale. È un patrimonio straordinario, che include alcuni dei ghiacciai più grandi e più studiati delle Alpi occidentali, dal Miage al Planpincieux, dal Timorion al Grandes Murailles.

Ma i dati degli ultimi decenni mostrano un quadro che richiede attenzione. Negli ultimi vent’anni sono scomparsi 32 ghiacciai valdostani e il 22% della superficie glaciale si è ridotta rispetto ai valori di inizio secolo. La superficie glaciale totale, che vent’anni fa era di 154 km², è oggi di 120 km². Sotto lo scenario climatico ad alte emissioni, le proiezioni indicano che entro il 2100 potrebbe scomparire il 94% del volume glaciale attualmente presente in Valle d’Aosta.

L’estate 2026 è stata definita dai glaciologi della Fondazione Montagna Sicura una delle più difficili degli ultimi vent’anni per i ghiacciai alpini, con lo zero termico che si è mantenuto sopra i 4.000 metri per settimane consecutive, accelerando ulteriormente la fusione.

I ghiacciai subiscono la maggiore perdita di massa durante i mesi estivi, quando le temperature elevate in quota massimizzano l’ablazione. A settembre, con il raffreddamento progressivo, l’ablazione rallenta e si interrompe. Le prime nevicate in quota, tipicamente tra ottobre e novembre, iniziano a depositare il nuovo manto che coprirà i ghiacciai per l’inverno.

Ottobre è quindi la finestra temporale in cui i ghiacciai mostrano la loro configurazione più ridotta dell’anno: l’accumulo invernale non è ancora iniziato, l’ablazione estiva ha fatto il suo lavoro. È il momento in cui i margini glaciali sono più esposti e il ritiro rispetto agli anni precedenti è più leggibile a occhio nudo, confrontando la posizione attuale della fronte glaciale con i segni lasciati sulle morene dalle posizioni precedenti.

Per chi vuole portare fuori dal Museo ciò che ha appreso nella Sala 15, il Ghiacciaio del Miage nella Val Vény, a Courmayeur, è la destinazione più accessibile e scientificamente documentata della Valle d’Aosta.

Il Miage è il ghiacciaio più lungo della Valle d’Aosta, con una lunghezza di circa 10 km: un ghiacciaio coperto, caratterizzato da un’abbondante copertura di detriti rocciosi che ne rallenta parzialmente la fusione rispetto ai ghiacciai “puliti”. La Val Vény si raggiunge da Courmayeur in pochi minuti di auto, con un parcheggio a fondovalle e sentieri che permettono di avvicinarsi alla fronte glaciale e alle morene laterali senza attrezzatura alpinistica.

Le morene del Miage sono uno dei documenti storici più leggibili dell’evoluzione glaciale valdostana: i cordoni di detriti depositati dal ghiacciaio nelle sue posizioni precedenti segnano fisicamente il territorio, permettendo di ricostruire la storia del ritiro negli ultimi secoli. Le fotografie d’archivio scattate dalla stessa posizione a distanza di decenni mostrano un ritiro che nessuna descrizione riesce a rendere con la stessa efficacia.

In ottobre la Val Vény è silenziosa. La luce è obliqua, i larici sono gialli, le morene grigie contrastano con i colori del bosco. È un posto che vale la visita anche solo per questo. Ma sapere cosa stai guardando cambia profondamente il modo in cui lo guardi.

Questo è l’ultimo episodio della rubrica Dal Museo al territorio, che nel corso dei mesi ha attraversato le sale del Museo di Saint-Pierre per poi indicare un luogo valdostano in cui ciò che il Museo racconta si può vedere, toccare e vivere direttamente. Dai vigneti di Donnas alle morene del Miage, dalle miniere di Cogne alle cascate di Lillaz, dalla Conca di By al Parco Mont Avic: ogni sala ha una porta che si apre sul territorio.

Il Museo di Saint-Pierre non è solo un luogo in cui si conservano reperti. È un sistema di lettura del paesaggio valdostano che rende ogni uscita in montagna un po’ più ricca di senso.

Foto: Archivio RAVA