La Chanousia
Fondato nel 1897 dall’abate Pierre Chanoux, devastato dalla seconda guerra mondiale e ricostruito grazie a Efisio Noussan e alla Société de la Flore Valdôtaine: la storia di uno dei giardini botanici alpini più antichi d’Europa.
A 2.170 metri di altitudine, in un anfiteatro naturale affacciato sul Monte Bianco e circondato da vette maestose, si trova la Chanousia: uno fra i giardini botanici alpini più antichi d’Europa. La sua storia è inseparabile da quella del Museo regionale di Scienze naturali Efisio Noussan di Saint-Pierre, non solo per le persone che li hanno fondati e salvati ma per lo spirito che li anima: la convinzione che conoscere la natura alpina sia il primo passo per proteggerla.
Pierre Chanoux e la fondazione del giardino
La storia del giardino inizia nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’abate valdostano Pierre Chanoux (1828-1909), rettore dal 1860 dell’Ospizio dell’Ordine Mauriziano situato al colle, grande naturalista e botanico, iniziò a raccogliere in un terreno antistante l’Ospizio, adibito a orto-giardino, molte specie di piante alpine, sia per sperimentarne la coltivabilità a quella quota elevata, sia per insegnare ai turisti e ai montanari ad amarle e a riconoscerla.
Il giardino fu chiamato Chanousia in onore del suo fondatore. Era un progetto ambizioso per le condizioni climatiche estreme del colle, precipitazioni nevose da 4 a 8 metri, che perdurano fino a giugno e spesso anche a inizio luglio, temperatura media annua di +1°C e una stagione vegetativa di soli due o tre mesi ma Chanoux non si scoraggiò. Il giardino nacque come omaggio alla biodiversità alpina e divenne presto celebre in tutta Europa per la ricchezza delle sue collezioni.
Pierre Chanoux era un abbé savant nel senso più pieno del termine: un religioso che conciliava la vita consacrata con una passione scientifica autentica per la flora alpina, in perfetta continuità con la tradizione dei canonici naturalisti che avevano fondato la Société d’Histoire Naturelle Valdôtaine nel 1858.
Lino Vaccari e l’apice del giardino
Alla morte di Chanoux, avvenuta nel 1909, prese la direzione del giardino Lino Vaccari, naturalista di origine veneta che insegnava scienze naturali al liceo di Aosta e che era il principale collaboratore di Chanoux nella ricerca e nella sistemazione delle piante da coltivare nel giardino. La profonda conoscenza della flora alpina e di quella valdostana in particolare permise a Vaccari di portare la Chanousia all’apice del suo sviluppo: negli anni Quaranta, vi erano coltivate più di 2.500 specie di ambiente alpino, provenienti non solo dalle Alpi ma anche da sistemi montuosi di ogni parte del mondo, e la fama del giardino era arrivata in tutti gli ambienti scientifici.
Vaccari è una figura centrale nella storia naturale della Valle d’Aosta: il catalogo floristico della regione che aveva avviato e che non riuscì a completare prima della propria morte è lo stesso che la Société de la Flore Valdôtaine rinata negli anni Settanta si impegnò a portare a termine sotto la presidenza di Efisio Noussan.
La seconda guerra mondiale e la devastazione
La Chanousia dovette essere abbandonata rapidamente nel settembre del 1943 a causa delle vicende della Seconda Guerra Mondiale, che causarono successivamente la distruzione quasi totale degli edifici del giardino e anche dell’Ospizio nonché la perdita di tutto il materiale scientifico, comprendente apparecchiature, libri ed erbari, con gravi conseguenze anche per le piante coltivate dovute ai lunghi anni di abbandono che seguirono.
In seguito al trattato di pace tra Francia e Italia del 1947, la parte del Colle su cui sorgono l’ospizio e il giardino entrò a far parte del territorio francese. Il giardino rimase abbandonato a se stesso e, non più curato, perse gran parte delle collezioni di piante, a causa dell’incuria e dei prelevamenti effettuati non sempre in buona fede. Vaccari non tornò più a rivedere la sua Chanousia e morì a Roma nel 1951, amareggiato a causa dei gravi danni apportati al giardino dalla guerra e dall’abbandono.
La rinascita: Noussan e la Société de la Flore Valdôtaine
Grande fu l’impegno dedicato da Noussan per la ricostruzione della Chanousia, abbandonata durante la seconda guerra mondiale. Nel 1976 la sua caparbietà fu premiata e iniziarono i lavori che in breve restituirono il giardino al suo pubblico di appassionati e di specialisti.
Negli anni Settanta, grazie all’interessamento della Société de la Flore Valdôtaine e all’adesione della Société d’Histoire Naturelle de la Savoie e di botanici di fama, si giunse a un accordo tra Francia e Italia, con la creazione di un’Associazione Internazionale per la gestione della Chanousia. I lavori di ricostruzione furono inaugurati il 4 luglio 1976.
La ricostruzione della Chanousia fu uno fra i quattro obiettivi prioritari che la Société de la Flore Valdôtaine rinata nel 1971 si era data: insieme alla ripresa delle pubblicazioni scientifiche, alla ricostituzione del Museo e al completamento del catalogo floristico di Vaccari. Tutti e quattro raggiunti, sotto la guida instancabile di Efisio Noussan.
La Chanousia oggi
Attualmente vi sono in coltura circa 1.200 specie, ancora lontane dalla ricchezza di forme esistenti a Chanousia prima della distruzione. Il lavoro di ricostituzione delle collezioni continua ogni anno, attraverso raccolte sul campo, scambi con altri giardini alpini di tutto il mondo e programmi di riproduzione in vivaio.
Il Giardino Botanico Alpino Chanousia si estende su circa 8.000 metri quadrati a 2.170 metri di altitudine, ospita oggi oltre 800 specie e dispone di un piccolo museo. È aperto da inizio luglio fino alla terza domenica di settembre, dalle ore 9.00 alle 19.00. L’ingresso è a pagamento.
Per raggiungerlo bisogna percorrere la strada statale del Piccolo San Bernardo in direzione Francia, partendo da La Thuile. Il giardino si trova sul versante francese del colle, nel comune di Séez, a circa 800 metri dal confine italo-francese. I sentieri interni sono percorribili solo a piedi.
Il legame con il Museo di Saint-Pierre
Visitare la Chanousia dopo il Museo di Saint-Pierre significa completare un cerchio: vedere dal vivo le stesse specie che nelle sale del castello sono conservate negli erbari storici, respirare l’aria del colle dove Pierre Chanoux raccoglieva piante alpine alla fine dell’Ottocento, capire perché quella passione valesse la pena di essere salvata.
Foto: Davide Bazzani - Archivio RAVA