Dietro le vetrine del Museo di Saint-Pierre
DNA barcoding, banca del germoplasma vegetale, microscopia: il Museo regionale di Scienze naturali Efisio Noussan non è solo un luogo dove si conservano le collezioni, ma un centro di ricerca attivo sul territorio valdostano
Chi visita il Museo regionale di Scienze naturali Efisio Noussan di Saint-Pierre percorre sedici sale che raccontano la natura valdostana attraverso collezioni, diorami, reperti naturalizzati e supporti multimediali. È un percorso che porta dalla geologia delle Alpi agli ecosistemi acquatici, dalle foreste notturne ai ghiacciai, dalla tradizione mineraria alla biodiversità delle praterie d’alta quota. Un museo, in apparenza, come ci si aspetta che sia un museo.
Quello che la maggior parte dei visitatori non vede è ciò che succede al di là delle sale espositive.
Un centro di ricerca attivo
Il Museo regionale di Scienze naturali Efisio Noussan non è solo un luogo dove si conservano e si espongono le collezioni naturalistiche. È anche un’istituzione scientifica con laboratori propri, ricercatori in organico e progetti di ricerca attivi sul territorio valdostano. Laboratori tecnologicamente avanzati lavorano ogni giorno su temi che vanno dall’analisi genetica delle specie animali alla conservazione del patrimonio vegetale.
È una dimensione del Museo poco conosciuta al grande pubblico, che spesso associa i musei naturalistici esclusivamente alla loro funzione espositiva. In realtà, la separazione tra collezioni e ricerca non è mai esistita nella storia dei musei di scienze naturali: le collezioni sono nate dalla ricerca sul campo, e la ricerca continua ad alimentarsi delle collezioni come archivio storico della biodiversità
Il laboratorio di biotecnologie: leggere il DNA del territorio
Il laboratorio di biotecnologie, specializzato nel sequenziamento del DNA e nelle analisi di biologia molecolare. Attraverso un sequenziatore a capillari e le tecniche del DNA barcoding, il laboratorio è in grado di identificare una specie animale, vegetale o fungina partendo da un campione biologico raccolto in modo non invasivo sul territorio: un pelo, una foglia, una fatta, un campione di terreno.
Il laboratorio è strutturato in tre aree fisicamente separate, definite in base al rischio di contaminazione da DNA: la NO DNA AREA, dove si preparano le miscele di reazione riducendo al minimo il rischio di contaminazioni; la LOW DNA AREA, dove i campioni vengono registrati e il DNA viene estratto; e la HIGH DNA AREA, dove il DNA viene amplificato, sequenziato e analizzato. La separazione fisica non è una questione formale, ma un requisito necessario per produrre risultati scientificamente affidabili.
Le applicazioni vanno dal monitoraggio genetico non invasivo della fauna selvatica valdostana, incluso il lupo, alla caratterizzazione genetica di popolazioni di specie vegetali spontanee rare e protette, fino allo sviluppo di protocolli di tracciabilità per i prodotti agroalimentari locali.
La Banca del Germoplasma: conservare il futuro della flora alpina
Il Museo ospita anche la Banca del Germoplasma vegetale della Valle d’Aosta, un vero e proprio archivio dove sono conservati più di un milione di semi e spore afferenti a circa 80 specie vegetali spontanee della Valle d’Aosta. Alcune di queste specie sono rare, alcune sono minacciate dal cambiamento climatico o dalla perdita di habitat: la Banca garantisce la loro conservazione ex situ (al di fuori del proprio habitat naturale) per eventuali future operazioni di reintroduzione o rafforzamento in natura, qualora la specie corra il rischio di estinzione in natura.
La Banca non è un deposito statico. Periodicamente il personale effettua prove di germinazione per verificare la vitalità del materiale conservato, e le plantule prodotte durante le operazioni di rigenerazione vengono destinate alla reintroduzione nei giardini botanici alpini valdostani. Dal 2017 la Banca fa parte di RIBES, la Rete Italiana delle Banche del germoplasma per la conservazione ex situ della flora spontanea italiana.
Il settore abiologico: i minerali al microscopio
I laboratori del Museo sono anche dotati di un microscopio ottico con polarizzatore a luce trasmessa, detto anche microscopio petrografico, per l’analisi dei reperti mineralogici. A differenza dei microscopi biologici comuni, questo strumento usa luce polarizzata per rivelare le proprietà ottiche dei minerali: a nicol incrociati, ogni minerale produce una combinazione caratteristica di colori e comportamenti ottici che ne permette l’identificazione precisa.
Per osservare una roccia al microscopio petrografico bisogna prima trasformarla in una sezione sottile: una lamella di roccia ridotta a soli 30 micrometri di spessore, circa un terzo del diametro di un capello umano, che a quella finezza diventa traslucida e rivela le sue proprietà ottiche. È la stessa tecnica usata dai geologi di tutto il mondo per analizzare la composizione delle rocce alpine: al Museo viene applicata all’osservazione dei minerali valdostani e all’identificazione dei reperti delle collezioni.
Un museo che guarda avanti
I laboratori del Museo rappresentano la dimensione meno visibile ma non meno importante dell’istituzione: quella che trasforma un archivio della natura in un luogo dove la conoscenza del territorio si produce attivamente, ogni giorno. Le collezioni esposte nelle sale raccontano la natura valdostana come era e come è. I laboratori lavorano per capire come sta cambiando e come proteggerla.
Nelle prossime settimane la rubrica Laboratori li approfondirà uno per uno, con i dettagli tecnici, i progetti in corso e le persone che ci lavorano.
Foto: Archivio RAVA